Chirurgia estetica

CHIRURGIA ESTETICA NEI SECOLI

La mastoplastica additiva, la tortuosa storia degli impianti al silicone

Aumentare il seno: il sogno della donna moderna

Il seno nei secoli è sempre stato simbolo di femminilità, seduzione e sensualità, ma non in tutte le epoche storiche il concetto di bellezza ideale corrispondeva ad una donna con mammelle molto abbondanti. Negli ultimi decenni dell’800, in particolare, comincia a diffondersi in Europa una procedura chirurgica di riduzione del seno. Con la corrente di pensiero fomentata dal Nazismo, la nuova donna è sana, sportiva, dal corpo atletico. L’attenzione al corpo viene sollecitata poi dalla moda, che impone abiti fascianti molto stretti in vita, tanto che il seno torna in primo piano con la creazione di reggiseni modellanti. La conseguenza di questo è il nuovo desiderio che inizia ad essere instillato: aumentare il seno. Addirittura viene coniato il termine di sindrome del seno troppo piccolo, patologia psicologica che può venire lenita da modificazioni chirurgiche del corpo.

Dagli anni ’50 inizia quindi a pieno titolo l’era delle maggiorate e la mastoplastica additiva, intervento prima praticato quasi come alchemico azzardo chirurgico, diventa una tecnica in pieno sviluppo, che si diffonde rapidamente.

Il passaggio era in questo modo completo e i seni troppo piccoli furono sottoposti a cure mediche. Oggi sono molto più numerose le donne convinte di avere il seno troppo piccolo che quelle persuase del contrario. L’aumento del seno è divenuta in parole povere la terapia fisica per il problema psicologico della mancanza di felicità.

La prima mastoplastica additiva è di fine ‘800



Se il boom delle maggiorate si ha con la metà del secolo scorso, la storia della mastoplastica additiva inizia ben prima. Ci ha provato un medico tedesco, Czerny, nel 1895: tentò di ricostruire una mammella ad un’attrice inserendovi un lipoma del dorso. Poi la letteratura medica narra di un utilizzo di protesi per il seno dei materiali più disparati, e davvero non si può sapere quanto di ciò sia veramente accaduto e quanto rientri nell’insieme delle leggende. Sarebbero stati realizzati impianti mammari addirittura di vetro o avorio per la ricostruzione di mammelle mancanti, ma i primi veri interventi a scopo puramente estetici documentati sono sviluppati dal Dott. Robert Gersuny, chirurgo austriaco che opera nell’ultimo decennio dell’800. Il miraggio di ottenere finalmente un seno perfetto spinge le pazienti dell’epoca a sottoporsi a rischiosi interventi di infiltrazioni mammarie di paraffina. L'elevata incidenza di complicazioni gravi quali l’embolia polmonare o cerebrale e la formazione di noduli infiammatori solidi (paraffinomi) ne ha fatto ben presto terminare ogni utilizzo medico negli anni 20 del XX° secolo.

Autotrapianto di grasso: un esperimento fallito

Abbandonata la tecnica della paraffina, i chirurghi sperimentano il trapianto di grasso dal ventre o dalle natiche al seno. Ma il corpo tende a riassorbire rapidamente il tessuto adiposto “trasferito” anche in modo disomogeneo e grumoso. Per questo motivo, unitamente alle cicatrici lasciate dall’operazione, il metodo non raccoglie il favore delle donne e viene gradualmente abbandonato intorno agli anni ’40.

Le spugne: altro esperimento bocciato!

Un'altra tecnica viene sviluppata intorno alla metà del secolo scorso che porta alle medesime complicanze, ovvero l’inserimento nel seno di spugne di diverso materiale, dal nylon, al poliuretano, al teflon. Inizialmente i risultati sembrano soddisfacenti, ma nel corso di un anno, le donne notano un indurimento e restringimento della protesi e l’eliminazione della stessa lascia cicatrici molto evidenti che sfigurano il seno. Uno studio inoltre evidenzia come il polivinile porti rapidamente allo sviluppo tumorale e come la porosità delle spugne tenda ad assorbire il tessuto mammario stesso. Nel frattempo continuano ad essere utilizzati sperimentalmente i materiali più disparati, da piccole sfere di vetro e avorio, a lana e cartilagine d’ossa.

E poi…l’era del silicone comincia!

Con la seconda guerra mondiale arriva il silicone. Le prime donne che si sottopongono alla nuova tecnica di infiltrazioni di silicone sono le prostitute giapponesi, che volevano adattare il proprio corpo alle “preferenze” degli americani. Fu poi la volta delle ballerine di San Francisco e di Las Vegas, all’inizio degli anni ’60. Purtroppo, l’impiego di materiali industriali ad opera di personale non specializzato provoca conseguenze anche di grave entità, come infiammazioni croniche che rendono necessaria la mastectomia, a causa della “migrazione” del silicone nei tessuti.

… il silicone: verso la forma ottimale

È il 1961 quando i chirurghi Thomas Cronin and Frank Gerow sviluppano, in collaborazione con Dow Corning Corp il progetto di una nuova protesi al seno di silicone. Le sacche in gomma di silicone contengono un gel di consistenza simile alla gelatina e il primo impianto viene eseguito l’anno successivo. L’introduzione nel mercato di massa inizia nel ’63 e prosegue nei 30 anni successivi con continui miglioramenti della sacca, che viene prodotta senza cuciture, con un gel più fluido e simile ai tessuti naturali, pur mantenendo la forma iniziale.

Nel 1990 una commissione della Camera presieduta dal rappresentante Ted Weiss tenne le sue prime udienze sulla sicurezza degli impianti al silicone, e questo divenne velocemente un evento assai importante per i media: si denunciava che le procedure, seppur migliorate, nascondessero gravi problemi medici a lungo termine. Entro il 1991 il primo caso giudiziario venne concluso con una sentenza secondo cui gli impianti al silicone venivano ritenuti responsabili di malattie al sistema immunitario delle pazienti. Fu depositata una richiesta di danni pari a 7 milioni 300 mila dollari contro Dow Corning, l’inventore degli impianti al gel. Un ampio numero di pazienti sottoposte a mastoplastica con silicone lamentarono di avere sviluppato una serie di sintomi multiformi e divergenti, che comprendevano stanchezza cronica, artrite reumatoide e altre malattie infiammatorie delle giunture, lupus, danni al sistema immunitario e sclerodermia (indurimento della pelle e degli organi interni).

Le protesi in silicone vengono quindi bandite dagli Stati Uniti, nonostante forma, materiale molto purificato e tecnologia di fabbricazione stessero progredendo in modo molto soddisfacente. In Europa il silicone resta il materiale preferito da migliaia di donne e di chirurghi estetici che lo scelgono preferendolo alle molteplici alternative che, negli anni, si sono dimostrate fallimentari, meno sicure o meno naturali nell’aspetto. Le evidenze cliniche, l’esperienza delle molteplici pazienti e le sempre più rigide norme produttive hanno portato ad oggi un recente cambio di direzione anche negli Stati Uniti, dove le protesi in gel di silicone sono rientrate a pieno titolo in quanto ritenute innocue per la salute.

E poi…l’era del silicone comincia!

Con la seconda guerra mondiale arriva il silicone. Le prime donne che si sottopongono alla nuova tecnica di infiltrazioni di silicone sono le prostitute giapponesi, che volevano adattare il proprio corpo alle “preferenze” degli americani. Fu poi la volta delle ballerine di San Francisco e di Las Vegas, all’inizio degli anni ’60. Purtroppo, l’impiego di materiali industriali ad opera di personale non specializzato provoca conseguenze anche di grave entità, come infiammazioni croniche che rendono necessaria la mastectomia, a causa della “migrazione” del silicone nei tessuti.

… il silicone: verso la forma ottimale

È il 1961 quando i chirurghi Thomas Cronin and Frank Gerow sviluppano, in collaborazione con Dow Corning Corp il progetto di una nuova protesi al seno di silicone. Le sacche in gomma di silicone contengono un gel di consistenza simile alla gelatina e il primo impianto viene eseguito l’anno successivo. L’introduzione nel mercato di massa inizia nel ’63 e prosegue nei 30 anni successivi con continui miglioramenti della sacca, che viene prodotta senza cuciture, con un gel più fluido e simile ai tessuti naturali, pur mantenendo la forma iniziale.

Nel 1990 una commissione della Camera presieduta dal rappresentante Ted Weiss tenne le sue prime udienze sulla sicurezza degli impianti al silicone, e questo divenne velocemente un evento assai importante per i media: si denunciava che le procedure, seppur migliorate, nascondessero gravi problemi medici a lungo termine. Entro il 1991 il primo caso giudiziario venne concluso con una sentenza secondo cui gli impianti al silicone venivano ritenuti responsabili di malattie al sistema immunitario delle pazienti. Fu depositata una richiesta di danni pari a 7 milioni 300 mila dollari contro Dow Corning, l’inventore degli impianti al gel. Un ampio numero di pazienti sottoposte a mastoplastica con silicone lamentarono di avere sviluppato una serie di sintomi multiformi e divergenti, che comprendevano stanchezza cronica, artrite reumatoide e altre malattie infiammatorie delle giunture, lupus, danni al sistema immunitario e sclerodermia (indurimento della pelle e degli organi interni).

Le protesi in silicone vengono quindi bandite dagli Stati Uniti, nonostante forma, materiale molto purificato e tecnologia di fabbricazione stessero progredendo in modo molto soddisfacente. In Europa il silicone resta il materiale preferito da migliaia di donne e di chirurghi estetici che lo scelgono preferendolo alle molteplici alternative che, negli anni, si sono dimostrate fallimentari, meno sicure o meno naturali nell’aspetto. Le evidenze cliniche, l’esperienza delle molteplici pazienti e le sempre più rigide norme produttive hanno portato ad oggi un recente cambio di direzione anche negli Stati Uniti, dove le protesi in gel di silicone sono rientrate a pieno titolo in quanto ritenute innocue per la salute.

Le protesi in silicone oggi

Le protesi più evolute, quelle al gel di silicone, hanno oggi una particolare superficie testurizzata, ovvero rugosa e sottile, che si adatta naturalmente al seno riducendo al minimo il rischio di incapsulamento. La contrattura capsulare é una normale reazione dell’organismo all’inserimento di un corpo estraneo e consiste nella formazione di tessuto fibroso attorno all’impianto. Con le vecchie protesi era facile che questa sorta di guaina protettiva diventasse troppo compressiva causando forti dolori, oltre ad un aspetto innaturale del seno. Con le protesi dell’ultima generazione, invece, questo inconveniente viene ridotto al minimo grazie ad una progettazione degli impianti altamente tecnologici. La presenza inoltre di uno speciale involucro esterno in elastomero siliconico (materiale particolarmente selezionato per la sua resistenza, durata e flessibilità) risolve egregiamente il problema della diffusione, ovvero del trasporto di micro-gocce di silicone dall’interno della protesi verso l’esterno della capsula.

Ma c’é di più: le protesi al gel di silicone contribuiscono ad una degna simulazione del seno naturale. Ecco perché sono le più amate dal sempre maggiore numero di maggiorate.

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