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Chirurgia estetica: La storia antica |
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Fabrizio Hildanus (1545-1599) sosteneva che non si doveva far venire il pus nelle ferite di seconda intenzione e che si doveva procedere alla legatura dei vasi prima delle operazioni. Gaspare Tagliacozzo imparò il metodo di ricostruzione del naso dai Norcini, che operavano soprattutto nell'Italia meridionale. La ricostruzione del naso era importante, visto che era soggetto a distruzione per via di molte malattie, come la tubercolosi e la sifilide, e per via delle frequenti mutilazioni della faccia dovute alle armi da fuoco.
Divenne celeberrimo in tutta Europa e venivano da tutto il mondo per farsi curare da lui. Dopo la sua morte la sua opera fu continuata da un allievo, ma per poco tempo. Infatti ci fu la Controriforma, dovuta ad un irrigidimento della morale cattolica, che impedì di porre mano su ciò che era stato creato da Dio. Così il cadavere del Tagliacozzo fu estratto dal cimitero consacrato e sepolto in una zona non consacrata, mentre il suo allievo fu imprigionato. Quindi il Tagliacozzo venne colpito dopo la morte dall'Inquisizione, in quanto era peccato fare qualcosa che era contro il creatore e cioè ricostruire una parte del corpo. Il suo lavoro è comunque rimasto grazie ad un suo trattato sulla chirurgia plastica. (DE CHIRURGIA CURTORUM). Questa chirurgia venne riscoperta solamente nell'800 inoltrato quando venne usato il sistema della plastica indiana, che era più semplice ma anche molto più deturpante. Consisteva nel togliere dei pezzi di cute dalla fronte e metterli sul naso; in pratica bisognava girare un lembo di cute, ma il problema era che rimaneva una cicatrice molto brutta sulla fronte.
Galileo diede notizia nel Sidereus nuncius di essere riuscito a dimostrare sperimentalmente la teoria di Copernico: infatti utilizzando il cannochiale mostrò l'esistenza dei satelliti di Giove e dimostrò che il sole era al centro dell'universo, e non la terra; quindi dimostrò che la teoria Tolemaica era falsa. Per queste dimostrazioni Galileo ebbe grossi problemi con l'Inquisizione; quando lasciò Padova, presso la cui Università insegnava, fece l'errore di andare a Firenze, Città che allora era molto vicina al Papa al contrario di Venezia che invece godeva ancora di una certa autonomia perchè politicamente forte e lontana da Roma. Fu perseguitato dall'Inquisizione.
Sicuramente l'apporto più importante alla scienza fu l'uso della matematica, necessaria per quantizzare l'esperimento. Poiché Galileo era un fisico egli aveva elaborato la teoria secondo cui il corpo umano era una macchina e gli organi delle minute macchine: bisognava pertanto ricercare la macchina elementare. I microscopi di Galileo avevano dei grossi problemi perché presentavano dei difetti di rifrazione e riflessione della luce, per cui si vedevano molte immagini illusorie: ciò comportò feroci critiche al microscopio. Marco Aurelio Severino (1580-1656). Nato a Tarsia (Calabria) fu professore di Anatomia e Medicina a Napolo. Egli abbracciò appieno la filosofia galileiana e usando il microscopio descrisse addirittura l'utero dello scarabeo (che, naturalmente, ne è privo) . Dimostrò tuttavia che negli insetti ritroviamo gli organi che ci sono negli animali superiori; sosteneva anche che il microscopio doveva servire a vedere cose invisibili e che l'anatomia non doveva essere considerata come "arte del tagliare" ma servire per scomporre e per andare a ricercare gli atomi. (Anatomia dissutrix non dissectrix) Severino fu anche un grande chirurgo e pubblicò (1632) il primo trattato illustrato di patologia chirurgica. A Napoli ci fu una epidemia di difterite e lui praticando la laringectomia salvò molte vite. In periodo di peste non scappò dalla città, come fecero molti altri medici, ma rimase a curare i malati; purtroppo però si ammalò anche lui di peste e morì. Lo studio microscopico degli insetti evidenziò che cose che sembravano assolutamente grossolane erano invece molto complicate. Molti allievi della scuola di Galileo, con degli artifizi, riuscirono a mettere in evidenza delle strutture molto fini, dando perciò il via alla cosiddetta anatomia scompositiva o artificiosa. Per esempio Giovanbattista Odierna (1597-1660) a Palermo, bollì l'occhio di una mosca e dimostrò che era formato da una miriade di cristallini che permettevano alla mosca di vedere. a 360°. Oltre al microscopio si poteva usare il microscopio naturae; infatti Auberio, che era un allievo di Giovanni Alfonso Borelli (1608-1679) a sua volta allievo di Galileo, per dimostrare come era fatto il testicolo studiò quello del maiale, animale che aveva già colpito Galeno proprio perché gli organi vegetativi erano simili a quelli dell'uomo, e mise in evidenza i tubuli seminiferi, la struttura dei tubuli efferenti e l'epididimo, che poi furono comparati con quelli dell'uomo. Quindi qualsiasi cosa andava bene pur di riuscire a capire come è costruito e come funziona il corpo umano. Il fatto che la matematica e la misurazione dell'esperimento fossero cose essenziali portò a delle conseguenze qualche volta al limite del possibile; per esempio ci fu un grande scienziato Santorio Santorio (1561-1636), istriano e allievo della scuola galileiana, che trascorse gran parte della sua vita in una bilancia dove si pesava quando mangiava e dopo aver defecato, misurando ciò che rimaneva dopo aver mangiato: ebbe così l'intuizione dell'esistenza del metabolismo. Egli capì anche che la sudorazione serviva all'eliminazione del calore; fu anche il primo a fare la misurazione del polso e ad usare il termometro per misurare la febbre. La scienza galileiana aveva come base l'esperimento: bisognava dare un significato alle cose solo dopo averle osservate e misurate.
1628: data storica in cui Harvey pubblicò il suo trattato intitolato Exercitatio Anatomica de Motu cordis et sanguinis in animalibus.
Questa nuova teoria ebbe diversi consensi ma anche molte critiche, anche perché il concetto della circolazione fu associato a idee politiche sulla circolazione del potere. Perciò Harvey all'inizio fu criticato moltissimo ma poi la sua teoria si affermò declassando il fegato che da organo principale divenne invece solo l'organo che secerne la bile. Addirittura ci fu un famoso anatomico Thomas Bartholin (maestro di Stenone) che pubblicò le exequiae del fegato.
Questione del contagio.
In pratica non si capiva come si trasmettessero le malattie: l'idea più accreditata era che gli odori (miasmi) portassero il contagio, ma non si capiva assolutamente quale fosse lavia di trasmissione. Non c'era nessun concetto di igiene, i malati venivano messi su letti con lenzuola sporche che poi venivano riciclate senza lavaggio. Questo portò alla diffusione di malattie, soprattutto nelle zone molto affollate. In Sardegna c'è il tipico esempio di come malattie come la peste attecchissero soprattutto nelle città, ma non nei villaggi. Il veicolo della peste è una pulce. In realtà sono i ratti che si ammalano di peste, poi la pulce la trasmette all'uomo, quando poi la peste diventa veramente epidemica allora c'è la peste polmonare che permette il contagio diretto uomo-uomo. La peste venne dall'Oriente e pare che sia stata portata a Messina da una nave di genovesi, scappati dalla città che presidiavano perchè era stata assediata dai turchi Questi però avevano buttato dei cadaveri di appestati nella città, così alcuni marinai si ammalarono e portarono la peste a Messina da dove poi si diffuse in tutta l'Italia e in tutta l'Europa. La scomparsa della peste fu favorita e dal fatto che intorno alla fine del 600 ci fu un'invasione di ratti marroni che soppiantarono il ratto nero, che era molto più recettivo alla peste, e anche perché si cominciò a evitare di costruire i solai in legno dove potevano albergare i topi (questo accadde soprattutto nelle zone calde). Un'altra ipotesi sostiene che ciò è dovuto alla comparsa di un germe meno virulento che permette l'immunizzazione dei ratti. Quasi contemporaneamente alla pubblicazione dell'opera di Vesalio (1514-1564), c'era stato un famoso anatomo medico veronese Gerolamo Fracastoro (1478/9-1553), il quale diede il nome ad una malattia endemica che si era appena sviluppata: la sifilide. La sifilide scoppiò per la prima volta in modo epidemico alla fine del '400 durante l'assedio di Carlo VIII a Napoli (1496); finchè l'Italia fu la nazione leader i napoletani chiamarono la sifilide male francese, mentre, quando l'Italia decadde, i francesi la chiamarono mal di Napoli. La sifilide forse era dovuta ad una recrudescenza di una malattia che ha cambiato fisionomia ma che era già endemica nell'oriente arabo, oppure un'altra teoria dice che venne portata dall'America ad opera dei marinai di Cristoforo Colombo. Si riconobbe subito che la sifilide era dovuta al contagio sessuale e si diceva che si era sviluppata dall'amplesso di una prostituta con un lebbroso. Fracastoro diede il nome alla sifilide in un famoso poemetto, dedicato a Pietro Bembo, e parlò anche del legno santo che era uno dei principi terapeutici di allora: si trattava di un legno (guaiaco) che provocava una grande sudorazione. Si pensava che anche la sifilide fosse una malattia da curare secondo i principi ippocratici, per cui bisognava eliminare la materia peccans: in questo caso si doveva togliere l'eccesso di flemma con l'uso di farmaci che provocassero la sudorazione, come il legno guaiaco e il mercurio. La sifilide è una malattia che fece la fortuna dei medici perché nel 30% dei casi guariva da sola e, quando un malato guariva, il medico sosteneva che era merito delle sue cure, anche se in realtà non era così. Per combattere la sifilide si somministrava il mercurio che essendo tossico per le ghiandole salivari e per quelle sudoripare, provocava una secrezione potentissima. Al tempo, il trattamento proposto per ovviare a ciò era quello di mettere un ferro incandescente sulla testa del malato, perché si credeva che la saliva ed il sudore derivassero dal cervello. Un altro effetto del mercurio era quello di annerire i denti, costringendo le nobildonne a limarsi i denti per nascondere il fatto che stavano facendo la terapia mercuriale contro la sifilide. Fracastoro sosteneva che esistessero degli organismi viventi invisibili, da lui chiamati seminaria, che portavano il contagio. Questi seminaria si potevano trasmettere non solo per contatto diretto ma anche con vestiti, lenzuola, oggetti.
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